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Il sapore del vuoto

Il sapore del vuoto

Federico Davide Rota 3 giugno 2025
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#racconti

di Federico Davide Rota -

Il rito dei pasti aveva sempre destato in me una certa preoccupazione. Da bambino passavo dall'estremo di mangiare in completa solitudine al mangiare circondato da estranei con le loro voci e schiamazzi. Provengo da una famiglia altolocata, i miei genitori hanno sempre frequentato i loro simili, gente di un certo spessore sociale, intellettuali dell'alta borghesia che parlavano delle loro peregrinazioni verso posti che io avevo potuto osservare soltanto sulla cartina o sul mappamondo.

Dopo che l'autista era passato a prendermi a scuola mi ritrovavo pressoché solo in quella grande villa vuota dall'estetica barocca. Pranzavo in solitudine perché i miei genitori avevano molti impegni, erano come ho già detto persone in vista e con responsabilità sociali, nonostante non avessi mai ben capito in cosa consistesse il loro lavoro. I miei amici sapevano spiegare per bene la professione dei propri genitori, quando veniva chiesto a me, cincischiavo al che tutti pensavano che i miei genitori vivessero di rendita, alle spalle dei loro avi. Tornando al racconto del pranzo, la cara cuoca Gisela mi faceva trovare il pasto ricoperto da una cloche per tenere il cibo caldo. Dopo di che si ritirava nella sua stanza, vicino a quella di Juan, l'altro domestico. In casa con noi viveva anche il mio anziano nonno dal carattere molto scorbutico. Juan si intendeva di medicina alternativa che praticava attraverso erbe provenienti dal Perù, suo paese di origine. Il nonno era molto scettico a proposito della medicina tradizionale, dunque Juan era da lui considerato il suo medico curante e l'unico che sembrava riuscire a far ragionare quel vecchio cocciuto, che era noto ai suoi famigliari per la tendenza ad alzare un po' il gomito. Il vuoto della sala da pranzo immensa mi squarciava lo stomaco, le alte pareti sembravano volermi sbranare da un momento all'altro. Il silenzio era assordante. Al che mi limitavo giusto ad assaggiare quelle pietanze che, per carità, erano buonissime, ma di fame io non ne avevo. Allora mi sedevo sulla veranda con il piatto in mano e davo la maggior parte del mio cibo in pasto ai due Labrador, miei unici compagni. Dopo di che mettevo il piatto nella lavastoviglie e mi chiudevo nella mia stanza. Nella strada tra la stanza da pranzo e la mia camera, avevo sempre l'impressione di dover fuggire da qualcuno, facevo le scale e vedevo delle ombre comparire e scomparire, le sentivo bisbigliare, allora acceleravo e mi sentivo sicuro solo dopo avere chiuso la porta. Le voci erano messe a tacere.

L'esatto contrario accadeva a cena. Il lungo tavolo si riempiva di persone, i miei genitori impartivano comandi, Juan e Gisela sgobbavano come pazzi, correndo tra la cucina e la sala da pranzo. ''Signorino se sieda aqui'' diceva Gisela, qualunque spostamento tentassi finivo sempre per intralciare il passaggio. Tutta quella confusione chiudeva il mio stomaco come se ci fosse un grosso nodo ad impedire l'accesso del cibo. Sedevo sempre nell'area del tavolo in cui sedevano i figli degli ospiti. Generalmente si trattava di bambini molto attivi e scaltri che utilizzavano la forchetta come fionda per lanciare la mollica nell'acconciatura elegante di qualche signora, oppure gattonavano sotto il tavolo per spiare sotto le gonnelle. Inutile dire che non ero minimamente interessato a quei comportamenti puerili. Il mio obiettivo era soltanto sbarazzarmi di quanto c'era nel piatto. Avevo ideato diverse tattiche; Una consisteva nel riempire tovaglioli di cibo e poi infilarmeli in tasca. Il lato negativo era il dover chiedere a Juan o Gisela altri tovaglioli fingendo di aver perso il mio. Di solito alternavo il chiederne ad una piuttosto che all'altro in modo da destare meno sospetti. Quando mi alzavo ficcavo le mani in tasca per nascondere il rigonfiamento dei fazzoletti. Un'altra tattica era nascondere pezzi di cibo sotto la foglia di insalata o sotto pezzi di pane.

I miei genitori non sembravano accorgersi che diventavo sempre più magro. Fu Gisela a farlo presente ''oggi ho pesato el signorino està muy magro''. Allora i genitori chiamarono il medico di famiglia il quale ritenne fosse buona cosa sottopormi ad un ciclo di iniezioni. Quando il nonno lo seppe si arrabbiò molto ''Questi medici sono solo dei cialtroni pigliasoldi. Chissà cosa vanno ad iniettare al mio caro nipote. Sicuramente Juan con qualcuna delle sue erbe l'avrebbe rimesso in sesto ed in maniera onesta, altro che questi medici maledetti'' aveva tuonato.

Quel giorno, dopo la prima iniezione, mi ritirai in camera. Nella penombra fissavo il soffitto, non riuscivo a prendere sonno. Sentii gli ospiti congedarsi e uscire. Poi sentii mia madre e mio padre prepararsi per andare a dormire. Da lì tutto tacque. Uscii dalla mia stanza senza fare rumore. Andai nell'ampio salone e chiusi la robusta porta bianca. Mi diressi verso il giradischi e feci partire il Piano Concerto No. 2 in C minor di Rakhmaninov. Spalancai la portafinestra. Il vento soffiò nella stanza scuotendo le tende bianche. Mi sedetti sulla veranda con la scatola di latta piena di biscotti. Iniziai a mangiarli, masticando lentamente e assaporandone la dolcezza. Socchiusi gli occhi perdendomi nella musica. Respirai la fresca aria autunnale e osservai la luna piena e le stelle che puntinavano la volta celeste. Ero felice.