glimmo.it

Il blog letterario che mancava

Scuola primaria: un'amara riflessione educativa

Scuola primaria: un'amara riflessione educativa

Attualità 11 febbraio 2026 4 min lettura
glimmo

glimmo

10 visualizzazioni

Argomenti trattati

#Stefano De Vecchi #educazione #bambini #genitori #insegnamento #scuolaprimaria #vittoriacalabro

di Stefano De Vecchi -

La redazione di Glimmo.it raccoglie oggi la riflessione di un'insegnante, Vittoria Calabrò, che da oltre trent'anni insegna in una scuola primaria in provincia di Bergamo, nel comune di Caravaggio. Quello che ne esce è un ritratto del tutto particolare della scuola di oggi, con insegnanti spesso lasciati a gestire maggiori carichi di lavoro burocratici piuttosto che dedicarsi alla didattica, un ruolo perennemente messo in discussione dai genitori amici dei figli, e, non ultimo, la difficoltà del riconoscimento delle figure adulte da parte dei bambini . Insomma, una lettera tutta da leggere, uno sfogo che ci fa comprendere la situazione attuale nelle nostre scuole. Buona lettura.

Insegnare oggi non è semplicemente trasmettere conoscenze. Non è più solo spiegare una lezione, correggere compiti, valutare apprendimenti. Insegnare oggi significa muoversi ogni giorno in un terreno fragile, complesso, spesso ostile, dove il ruolo dell’insegnante è sempre meno riconosciuto e sempre più caricato di responsabilità che vanno ben oltre la didattica.
Uno dei problemi più evidenti è la perdita di rispetto verso la figura del docente. Gli alunni non sono più quelli di un tempo. Non si tratta di sterile nostalgia, ma di un cambiamento reale nei comportamenti, nel linguaggio, negli atteggiamenti. L’insegnante non è più percepito come un adulto autorevole, ma come una figura da mettere costantemente in discussione, da sfidare, talvolta da ignorare apertamente. Il rispetto, che una volta era un presupposto, oggi deve essere conquistato ogni giorno, spesso senza strumenti adeguati e senza un reale sostegno da parte dell’istituzione.
A questo si aggiunge un carico di oneri sempre più pesante. Burocrazia soffocante, documentazione infinita, progetti, relazioni, monitoraggi, riunioni che si moltiplicano. L’insegnante diventa educatore, psicologo, mediatore, assistente sociale, contenitore di fragilità altrui. Tutto questo sottraendo tempo non solo alla didattica vera, ma alla propria vita personale, alle relazioni, al riposo, alla possibilità di staccare davvero.
C’è poi un aspetto di cui si parla troppo poco: un insegnante non può permettersi di ammalarsi. Non perché non ne abbia il diritto, ma perché sa che spesso non verrà nominato un supplente. Le classi vengono smistate, i colleghi devono coprire ore in più, il clima si appesantisce. E così, anche quando si sta male, si va a scuola lo stesso. Si va con la febbre, con la voce persa, con il corpo che chiede riposo. Si va perché altrimenti ci si sente in colpa. Colpa verso i colleghi che dovranno sostituirti e che, comprensibilmente stanchi anche loro, finiscono per maledirti in silenzio. Questa è una responsabilità emotiva enorme, che nessun altro lavoro impone con tale forza.
Il risultato di tutto questo è spesso un ambiente irrespirabile, dove ogni insegnante si sente sotto pressione, poco tutelato, facilmente sostituibile. In un contesto del genere, il burnout non è un’eccezione, ma una conseguenza quasi inevitabile.
A tutto questo si aggiunge il rapporto sempre più difficile con le famiglie. Genitori invadenti, che non riconoscono i confini del proprio ruolo, che contestano, giudicano, si intromettono in decisioni educative e didattiche che non competono loro. Spesso difendono a priori i figli, delegittimando l’insegnante agli occhi degli studenti stessi. L’alleanza educativa si trasforma così in un conflitto continuo, in cui il docente è lasciato solo a reggere l’urto.
E poi c’è il luogo comune più duro a morire: le troppe vacanze degli insegnanti, soprattutto quelle estive. L’opinione pubblica vede solo i mesi in cui non si entra in classe, ma ignora completamente il prezzo che si paga durante l’anno. Dimentica che l’insegnante non può prendersi pause quando ne avrebbe bisogno. Non può staccare durante l’anno se non in periodi rigidamente stabiliti. Arriva a giugno esausto, svuotato, fisicamente e mentalmente stanco, dopo mesi di tensione continua, carichi emotivi, responsabilità non condivise. Le cosiddette “vacanze estive” non sono un privilegio, ma spesso l’unico momento possibile per recuperare energie, salute ed equilibrio.
Insegnare oggi significa quindi resistere. Resistere alla svalutazione sociale, alla burocrazia soffocante, a un clima lavorativo spesso tossico, a relazioni sempre più difficili con studenti e famiglie. Significa continuare a fare il proprio lavoro con coscienza, pagando spesso il prezzo con il proprio tempo, la propria salute e la propria vita privata.
Eppure, nonostante tutto, ogni mattina molti insegnanti entrano in classe. Lo fanno per senso di responsabilità, per professionalità, per rispetto verso gli studenti. Ma questo non può più essere dato per scontato. La scuola non può reggersi sul senso di colpa e sul sacrificio silenzioso di chi insegna. È tempo che il valore del lavoro docente venga finalmente riconosciuto, tutelato e rispettato.