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María Martínez, scrittrice seriale eppure non tanto brava

Attualità 27 aprile 2025 4 min lettura
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#Romanzi #Maria Martinez #personaggi antipatici

di: Guido Tedoldi //

[Dopo la lettura di «Finché ci sono stelle da contare», romanzo di María Martínez, Corbaccio, 2024, pp. 470, € 16,90]

Questo libro è il primo pubblicato in Italia da María Martínez, scrittrice spagnola della generazione boomer (è nata nel 1966) diventata famosa in patria vincendo premi a cominciare dal 2008 soprattutto con libri destinati agli young adult. Di libri ne ha scritti una quindicina, molti di genere romantico – qualche informazione la si può trovare in internet al link: https://librorecomendable.com/libros-maria-martinez-orden/#google_vignette.

Come strategia di marketing coerente, per diffondere il proprio lavoro ha agito poco da boomer inseguendo il proprio pubblico là dove è più presente, cioè sui social network. Qui (se gli scout dell’editore Corbaccio hanno fatto i giusti calcoli) ha ottenuto 30 milioni di visualizzazioni.

A quel punto gli editori tradizionali hanno cominciato a farle contratti e hanno avuto ragione: ha venduto 250˙000 copie cartacee, con conseguente vendita dei diritti di traduzione all’estero.

Ci sono quindi tutte le premesse per aspettarsi che «Finché ci sono stelle da contare» sia un buon libro, scritto con competenza e con una trama solida e avvincente.

Invece.

Manca qualcosa.

I singoli elementi ci sono, ma l’autrice sembra essersi trattenuta, non li ha sviluppati appieno. E il risultato non è del tutto convincente.

Intendiamoci, potrei sbagliarmi io, che sono a mia volta un boomer. Il libro non è rivolto a me e quindi potrei non averlo capito.

Tuttavia nella vicenda di Maya, ventenne ballerina classica di grandi prospettive ma limitata da un grave infortunio al ginocchio, manca ciò che la può rendere simpatica al pubblico: la capacità di empatia.

È vero che questa ragazza ha alle spalle una famiglia parecchio disfunzionale. Il padre le è ignoto, perché ha messo incinta la madre, a sua volta ballerina classica, e poi è scomparso. La madre, dopo il parto, è scomparsa a sua volta, lasciando Maya ai nonni. La nonna, ballerina pure lei ma non tanto brava, ha riversato sulla bambina le sue speranze di riscatto. Dopo l’incidente, però, abbandona Maya a sé stessa.

Circondata da tali persone, Maya decide di mollare tutto e andare in Italia, a Sorrento, sulla base di una foto dove un uomo ha un neo vicino a un occhio che anche lei ha. La narrazione è in prima persona, per cui noi lettori sappiamo tutto di Maya, cosa pensa, come lo pensa, perché lo pensa.

Però poi entrano nella vicenda altri personaggi che sono il contrario, rilassati e psicologicamente risolti. Soprattutto, sono persone che riescono a spiegare i motivi per cui hanno fatto quello che hanno fatto della loro vita.

Conosciamo il padre, che è gay e sposato con un ristoratore. Conosciamo un cameriere, con cui Maya avrà una storia d’amore (forse perché anche lui ha avuto una famiglia che lo ha nei fatti odiato, e quindi invece di ereditare l’azienda vinicola spagnola è emigrato in Italia per fare un lavoro sulla carta ben più umile). Conosciamo soprattutto la madre, che si è rifatta la vita con un altro uomo da cui ha avuto un altro figlio.

Ma niente, Maya resta nel suo personaggio antipatico.

Il problema è che siamo già a pagina 400... qui l’autrice sfoggia la sua pratica dei meccanismi della narrazione, soprattutto quando si tratta di imbastire un lieto fine a pochissime pagine dal termine del libro.

Ma sembra tutto convenzionale. Banalizzato. Molti dei personaggi hanno avuto un passato di sofferenza emotiva, ed è comprensibile che vogliano un futuro in cui vivere felici e contenti. Però servirebbero ancora alcune pagine, magari un paio di centinaia, per mostrare bene i cambiamenti mentali, le diverse crescite personali.

La Martínez, al contrario, ha pensato che 470 pagine fossero sufficienti. Quando raccontava i dolori, era lenta. Quando si trova alle prese con la felicità, accelera tutto.

Qualcosa non quadra.