di Stefano De Vecchi -
Negli ultimi giorni si è assistito alle prese di posizione più diverse sul controllo dei ragazzi prima dell'ingresso a scuola. Chi è favorevole, chi contrario, chi solo in alcune aree definite «delicate» o «sensibili». Denominatore comune resta il fatto che episodi così gravi non possono e non devono passare inosservati per nessun motivo. La peggior cosa, di fronte a queste ondate di violenza, è proprio l'indifferenza, la non presa d i posizione del mondo adulto nel suo complesso. Ma cosa dicono i dati più recenti?
Secondo uno studio del CNR sulla violenza minorile, sono circa 90mila i ragazzi che girano con un coltello in tasca e sono dati in peggioramento. Negli ultimi sette anni i dati parlano di un numero che è diventato preoccupante, tanto che molti sostengono nell'intervista di aver fatto male a qualcuno negli ultimi mesi (non necessariamente con un coltello). I dati della ricerca riportano una sempre più frequente propensione dei giovani a girare con il coltello in tasca. Tale ricerca arriva direttamente dall’osservatorio Espad del CNR (ovvero il Centro nazionale di ricerca) che ha recentemente pubblicato gli ultimi risultati effettuata su un campione di circa 17mila interviste condotte alla fine del 2025 tra i giovani italiani: il dato principale di questo lavoro, che include anche l'uso di sostanze, evidenzia che il 3,5% degli intervistati sostiene di girare con un coltello in tasca. Le regioni più esposte sembrano essere il Friuli, la Lombardia e l'Umbria. Altro dato che emerge è che nel 2018 il dato era di «solo» l'1,4% dei ragazzi under 18 che sentivano la necessità di un'arma. In pochi anni quindi è ben più che raddoppiata nel mondo dei teenagers questo dato sul porto di armi. Perché? Come affrontarla nel mondo scolastico? Come sempre, la sola repressione non è un deterrente. Servono sicuramente una serie di attenzioni a questo fenomeno crescente. Più controlli da parte delle forze dell'ordine, una maggiore sensibilizzazione delle famiglie al tema della violenza di qualsiasi tipo, rimettere la scuola al centro delle relazioni attraverso percorsi di sensibilizzazione e di elaborazione di fenomeni violenti. Non credo che la militarizzazione della sola scuola sia abbastanza per dare risposte concrete, anzi, la scuola deve rimanere un presidio di legalità e rispetto, anche perché i ragazzi hanno tutto un mondo al di fuori delle mura scolastiche e sarebbe riduttivo un intervento di questo tipo. Personalmente ritengo che queste ondate di violenza siano tuttavia anche legate a un altro fattore che spesso non viene preso in considerazione: il futuro. Molti ragazzi, e questo è innegabile, faticano a vedere uno sbocco sociale come può essere un posto di lavoro, una famiglia, una casa, faticano quindi a collocarsi fra dieci o vent'anni in un luogo, con un lavoro stabile. Quello che per i nostri padri era una «normalità sociale» oggi per molti ragazzi diventa una «straordinarietà» quasi irraggiungibile che crea ansia, frustrazione, desiderio di rivalsa. Ecco che forse la rabbia assume anche i contorni della violenza, un modo, assolutamente non giustificato, di sfogare il proprio dolore verso la società. Forse dovremmo di più porre attenzione ai giovani, offrire possibilità concrete per mostrargli che il loro futuro prevede anche molte possibilità. Certo per farlo servirebbe anche una classe politica all'altezza, capace e competente, ma anche una maggiore attenzione su ciò che viene proposto dai social che spesso sono del tutto fuori controllo. Beh, molto c'è da fare. Nessun gesto violento è accettato, ma tra il dire e il fare c'è un mare di mezzo, anzi, un oceano.