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Erika

Erika

Claudia Ravelli 13 gennaio 2026
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#Racconti contemporanei #racconti

di Claudia Ravelli -

Non era ancora giunta primavera quando Elisa procedette al rinvaso.
Recuperò la coppa di terracotta che si era procurata al vivaio e la sostituì al vaso di plastica, troppo angusto e poco traspirante.
Mescolò con cura 60 grammi di terriccio per piante grasse con 30 grammi di sabbia grossa e 10 grammi di pomice. Proseguì 100 grammi in 100 grammi fino a riempirne quasi la capienza e procedette a riporre Erika nella nuova dimora. Pareva perfetto quel rinnovato giaciglio, al primo colpo.

Inverno

Il telefono vibrò delicatamente accanto a lei, ma fu sufficiente quel sussulto per distoglierla dai suoi pensieri. Tra i tanti messaggi di “Buon Natale”, questo era l’unico, sebbene in ritardo, che le facesse davvero piacere. Alzò lo sguardo con un’emozione latente e, con la coda dell'occhio, la vide lì, accanto al divano. Immediatamente decise di smettere di ignorarla e prese la risoluzione che se ne sarebbe finalmente occupata.
Per prima cosa bisognava che le desse un nome. Non ci aveva dovuto pensare molto: sicuramente si sarebbe dovuta chiamare “Erica”.
Certo che battezzare una “Euphorbia pulcherrima” con il nome di un’altra pianta non era sicuramente il modo migliore per iniziare a prendersene cura, ma, al contrario, le avrebbe procurato solamente una crisi d’identità.
Optò, quindi, per “Erika” con la “k”, non il nome di una pianta, ma il femminile di Erik, nome tedesco, potente, dal suono duro e combattivo. Googlò subito sul cellulare “Significato del nome Erik”: il nome Erik deriva dal norreno "Eiríkr" e significa "re per sempre", "sovrano eterno" o "governante potente". Non c’erano più dubbi a riguardo. Il nome della sua stella di Natale era Erika con la “k” e così non avrebbe più rischiato di farle venire un disturbo dissociativo di personalità.
“In vivaio l’avranno pompata, sicuramente, di concime e luce artificiale”, pensò Elisa tra sé e si rammaricò di averla trascurata in quei giorni. Il cambio, per Erika, era stato radicale. Proveniendo da una spa a cinque stelle si era ridotta a dimorare in un angolo di un salotto buio, con scarsità idrica, poca cura e ancora, fin pochi secondi prima, senza l’ombra di un nome.
Tutte le piante di Elisa avevano sempre avuto un nome, fino a quando da due anni a questa parte non le erano morte una dietro l’altra, vittime della sua incuranza e dell’angolo buio. Prese il cappotto, la sciarpa di cashmere e le chiavi della macchina - “Ciao Erika, a tra poco, a noi due” - e si diresse verso il vivaio dietro casa. Riempì il baule di materiale e buoni propositi. In realtà, il lavoro lo fece Nicola, il vivaista, mentre lei guardava trasognata. A casa sua sarebbe toccato a lei, comunque, scaricare tutti i pesi.
Non era ancora il momento di rinvasare la piccola Erika, perché l’inverno è tenace e non si fa mai nulla di troppo impegnativo quando si è fragili e ci si sta costruendo la corazza. Elisa si limitò a togliere i tre strati di carta natalizia disposti dal negozio attorno al vaso, che soffocavano la pianta, e a darle del biostimolante. La ripose su un tavolinetto con ruote, nuovo di zecca, davanti alla finestra più grande del salotto, lontana dal divano e dal termosifone, ma esposta al sole indiretto, dietro alle tende di lino.
Scaricò con calma tutto il resto, non senza fatica, ma con soddisfazione. Per il momento non serviva nient’altro che cura quotidiana ed incoraggiamento.

Tardo inverno
La giovane pianta, in realtà, non richiedeva molte premure, almeno all’apparenza.
Se l’era studiata la sua storia, Elisa. Erika proveniva dal Messico, terra di nuvole afose, ed era saggiamente discendente dalla stessa famiglia delle piante succulente. Questo voleva dire che era gran brava a trattenere l’acqua. Anzi, temeva il marciume radicale. Anche ad Elisa facevano ribrezzo il ristagno idrico, le ferite sanguinolente e piene di pus che non si asciugano, il fradiciume e le dita squamose di quando si è stati a lungo immersi in una vasca tra i troppi pensieri.
Elisa la bagnava, al mattino, solamente quando la terra era completamente asciutta ed Erika, assetata, ringraziava.
Le attenzioni che richiedeva erano più che altro quelle di un bambino annoiato. Gradiva che le si passasse accanto, che la si ammirasse, la si salutasse prima di uscire di casa e le si cantasse la loro canzone preferita del momento, “fiore di maggio” di Concato, ironia o arguzia della sorte.
Elisa sapeva che sarebbe successo, era d’altronde previsto dal suo ciclo vitale, ma, quando Erika cominciò a perdere le foglie, Elisa ne provò profondo dolore, come se le ferite fossero ancora le sue.
Vederla spoglia la intristiva, ma più che altro la preoccupava e le faceva crescere ansia nella parte alta dello stomaco. Non era mai stata da questo lato, dalla parte di coloro che osservano impotenti qualcuno soffrire. Le sembrava quasi di comprendere gli sguardi fastidiosamente angosciati di sua madre e di sua sorella, che, ogni tanto, si lanciavano ancora quando lei era di spalle. I rami senza foglie sembrano secchi e morti, ma, al tentativo di spezzarli, si poteva tastarne la tenacia, poiché la linfa, sotto la corteccia, sapeva assecondare il movimento.
Prese quindi le cesoie e uno spruzzino con dell’alcol. Disinfettò lo strumento e si mise con accuratezza a potare tutti i suoi rami. Mantenne dalla base due o tre nodi per ciascuno. Le ferite mostravano il verde della clorofilla e della vita che riposa e rinvigorisce, come un adolescente che ama dormire fino a mezzogiorno. Con della carta assorbente tamponò il lattice che usciva dai tagli canticchiando “tu che sei nata dove c’è sempre il sole”. Finì
l’operazione con una buona dose di biostimolante.

Primavera - estate
Non era ancora giunta primavera quando Elisa procedette al rinvaso.
Recuperò la coppa di terracotta che si era procurata al vivaio e la sostituì al vaso di plastica, troppo angusto e poco traspirante.
Mescolò con cura 60 grammi di terriccio per piante grasse con 30 grammi di sabbia grossa e 10 grammi di pomice. Proseguì 100 grammi in 100 grammi fino a riempirne quasi la capienza e procedette a riporre Erika nella nuova dimora. Pareva perfetto quel rinnovato giaciglio, al primo colpo.
Se la ricordava ancora anche lei la sua prima guaina, che calzava a pennello e le stringeva la coscia, quando la ferita era ormai guarita. Con il tempo le avrebbe procurato irritazioni, le avrebbe fatto crescere le vesciche e poi anche queste sarebbero guarite e si sarebbe formata la pelle dura e il callo. Di quel primo momento in cui l’indossò, però, ricordava solamente una fresca sensazione di essere avvolti in un guanto perfetto.
Iniziò presto la fase vegetativa e finalmente le prime gemme, poi nuove piccole foglie cominciarono a crescere su tutti i rami potati e curati finché non divenne un vero e proprio cespuglio verde e vigoroso. Elisa cominciò, quindi, ad irrigarla con più regolarità e a darle, ogni quindici giorni, del concime per piante verdi, ricco di azoto, il cibo delle piante.
Si godette l’estate con la sua pianta tropicale rigogliosa e strepitante di vita. Procedettero insieme gradualmente come quando a giugno si inizia la stagione con primi passi incerti per poi terminarla con una sostenuta camminata in montagna.


Autunno
Ormai Erika era pronta per la fioritura e, sebbene le fatiche dell’inverno, era proprio questa la fase più delicata. Quando ormai sembri forte e sprezzante di vita, le difese si abbassano, le cure si allentano e basta uno spiffero per mandare all’aria il lavoro di mesi.
I fiori della stella di Natale non sono rossi come siamo ingannati a pensare, ma sono piccoli, gialli e quasi insignificanti. Le Euphorbia pulcherrima si vestono a festa per farsi notare e colorano le foglie adiacenti ai fiori di un rosso intenso. Questo almeno in teoria o almeno in Messico e ai tropici.
Era quindi necessario attivare il “protocollo rosso” e corteggiare Erika, darle tutte le attenzioni possibili, affinché si colorasse nuovamente.
Per prima cosa Elisa le cambiò la dieta: sostituì il concime per piante verdi con quello per piante fiorite, con fosforo e potassio.
Poi venne il tempo della gestione delle ore di luce. Erika, per farsi bella, avrebbe richiesto 14 ore di buio totale per almeno 7 settimane.Dalle 17 di sera alle 7 del mattino, Elisa chiudeva tutte le finestre e spegneva le luci artificiali, computer, TV e tablet compresi per la fotometamorfosi della sua pianta.
Avrebbe potuto creare una specie di cupola di carta oscurante da utilizzare come il telo che si pone sulla gabbia dei canarini per non farli cantare all’alba oppure rinchiuderla in una stanza isolata. Tuttavia, decise che quella ruotine brevidiurna doveva essere anche la sua. Da troppo tempo non si prendeva uno spazio di profondo vuoto. Aveva riempito sempre i silenzi di musica e podcast, il buio di video e di messaggi e la solitudine di chiamate e inviti. Ora, che era ancora vulnerabile, ma sufficientemente forte per stare con i suoi pensieri, decise che si sarebbe presa anche lei 14 ore di buio e di silenzio per ascoltarli e per scrivere al barlume semplice di una candela.
Ciò che le riusciva di scrivere erano sempre solamente preghiere, anche se avrebbe tanto voluto comporre poesie. Ma anche la poesia non diventava pur sempre una preghiera? Non è lamento, non è richiesta, non è supplica, non è livore, non è, forse, preghiera?
Passarono dolcemente quelle sette settimane di concime e di buio.
“Ti faccio dono, cara Erica,
di questo frutto di premura e pazienza.
È dovuto passare un anno intero,
un ciclo di vita completo,
perché si ripresentasse il colore.
So che sarai in grado di prendertene cura, come ben fai con i tuoi pazienti.
I cicli sono lunghi e riprendere a camminare è sempre una normalità miracolosa.
Si chiama Erika con la k”