di Stefano De Vecchi -
L’esperimento australiano sul divieto di social media per i minori di 16 anni ha superato la fase iniziale con numeri che hanno decisamente lasciato il segno: nelle prime settimane dall’entrata in vigore dell’Online Safety Amendment Act lo scorso dicembre, le principali piattaforme mondiali fra le più utilizzate dai giovani hanno disattivato oltre 4,5 milioni di accout appartenenti a minorenni al di sotto dei 16 anni. Un numero davvero impressionante in poche settimane di lavoro. Un dato diffuso dal governo di Canberra e confermato dall’eSafety Commissioner, che parla di un “impatto rapido e di vasta portata”. Insomma, un intervento massiccio per dare un segnale decisamente importante alle nuove generazioni.
La ministra delle Comunicazioni australiana Anika Wells ha difeso con forza la misura sostenuta dal suo governo con queste parole: “Abbiamo sfidato chiunque sostenesse che non si potesse fare, incluse alcune delle aziende più potenti e ricche del pianeta. Oggi i genitori australiani sanno che i loro figli possono riavere la propria infanzia”. Il fronte critico a questo provvedimento non manca sicuramente. Già il primo giorno di applicazione del ban l’uso di VPN in Australia è schizzato del 170%, con molti adolescenti che hanno tentato di aggirare i controlli geolocalizzati. Le piattaforme tra i social più quotati come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, sono obbligate a contrastare attivamente questi tentativi, pena il pagamento di multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Insomma, un bell'impatto ai sui conti aziendali. Sicuramente a questi provvedimento sono sono stati esclusi alcuni profili. Su questo principio l’eSafety Commissioner ha ammesso che alcuni account di under-16 restano attivi e che serviranno anni per misurare l’effetto reale sulla salute mentale e sul benessere dei giovani. Questo modello di "ritorno alle origini" o, se ci piace di più, modello Canberra, sta però riaccendendo il dibattito a Londra, dove il premier Keir Starmer ha aperto a un cambio di rotta rispetto al rifiuto di considerare un ban, sostenuto finora: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, ha dichiarato di recente, citando proprio l’esperienza australiana. In merito aalla tecnologia e al mondo tecnologico ha ricordato inoltre che i “Bambini di quattro anni arrivano alla scuola materna avendo già trascorso troppo tempo davanti agli schermi”. Insomma, anche Londra sembra avere acceso i riflettori sul fenomeno dei teenagers e del mondo social. Il ministro alla Salute Wes Streeting ha usato un’immagine ancora più cruda: “Nessuno lascerebbe un bambino d’asilo incustodito con una scatola di chiodi solo perché imparare a usare martello e sega può essere utile. Ma è quello che abbiamo fatto con gli smartphone”. Streeting ha invitato l’esperto americano Jonathan Haidt, autore di The Anxious Generation e ospite assiduo del dibattito britannico, ad approfondire con attenzione con i funzionari del ministero l’impatto degli smartphone sulla salute dei più giovani. Insomma, forse siamo davanti a una svolta importante che, per la prima volta, mette le piattaforme social sotto inchiesta. Chissà come andrà a finire, soprattutto anche per il Belpaese. Sicuramente l'impatto dei social e del mondo tecnologico sui più piccoli è significativo, questo lo dicono tutti gli studi. Forza allora nel garantire maggiore attenzione ai nostri figli riducendo potenziali rischi e migliorando la qualità dell'offerta oggi presente in rete. E voi cosa ne pensate?