racconto di Stefano De Vecchi
Era arrivata a fine settembre. Sì, erano gli ultimi giorni del mese, o forse era già ottobre. L’aveva notata subito. E non solo lui. Sì, Michela non passava inosservata fra quelle quattro mura del liceo «Galilei» di Caravaggio, in provincia di Bergamo, l’ultimo baluardo prima di lasciare spazio alla suggestiva e sconfinata Pianura Padana. Era alta quella ragazza, con lunghi capelli biondi, lisci come lo sono i raggi del sole quando si riverberano sulle finestre. Gl’occhi erano azzurri come lo è il cielo in una limpida giornata d’estate. Lui non avrebbe mai potuto avvicinarla quella ragazza, no, non poteva. Di questo ne era assolutamente sicuro. Lei era proprio di un alto pianeta. Sono quelle ragazze che, quando le vedi, le cataloghi come inavvicinabili. Solo un miracolo avrebbe potuto colmare quell’abisso fra loro.
In realtà le aveva parlato un paio di volte, forse tre. Per farlo aveva richiamato quel poco di coraggio che aveva in corpo. La voce aveva per un attimo vibrato, poca roba però, quasi impercettibile quel mezzo fonema mancato. Aveva trovato un paio di argomenti di cui chiacchierare, argomenti poi, erano più che altro dei semplici pretesti, giusto per sentire almeno il timbro di quella voce. Un pomeriggio, come tanti, aveva letto sulla rivista settimanale di sua mamma, nella rubrica dei cuori solitari, una cosa che l’aveva colpito.
Poi lui ai miracoli mica ci credeva poi tanto, nemmeno sua mamma credeva a quelle cose. Michela era quella bellezza che ti passa accanto e tu puoi solo sospirare. Ecco, sospirare era la parola più giusta alla sua vista.
«Alle donne piacciono le sorprese, le fanno sentire importanti e pensate da qualcuno» aveva scritto la psicologa nel suo intervento conclusivo.Si, le dannate sorprese, ma quali?
Aveva letto da qualche parte che anche Dante non aveva mai incontrato Beatrice. O forse poche volte.
Avevano una specie di rapporto a distanza, virtuale forse, ma in quei secoli lontani non c’era la tecnologia.
«E come si chiamava allora quel rapporto a distanza senza tecnologia?» s’era chiesto un martedì mattina all’intervallo.
Forse Dante pensava a lei, ma a lei non fregava niente di lui. Anzi, forse non sapeva nemmeno della sua esistenza, figuriamoci del suo interesse.
Sì, adesso lo ricordava con chiarezza. Era sul libro di letteratura italiana dell’anno prima, quando avevano studiato il Dolce Stil Novo e gli autori di quel periodo.
Ecco, il sentimento che provava era un pochino quello di quel periodo, diciamo che non si sentiva poi così degno di quella bellezza.
Forse avrebbe dovuto sublimarla ogni giorno come aveva suggerito Dante.
Ma cosa voleva dire poi questa parola?
Forse anche il Sommo Poeta aveva sofferto come lui qualche volta per amore. Certo, anche lui soffriva.
Erano passati secoli da quella dannata storia, ma, in fondo, la pena fra lui e quel letterato fiorentino non erano poi così diverse.
Ecco, adesso poteva dire che fra lui e il grande artista toscano era nata una certa affinità. Si sentiva un pochino il fratello minore di quel genio, padre della lingua italiana.
Forse solo questo gli era concesso. Essere il fratello minore di Dante però, non era proprio una pochezza, anzi. Avrebbe dovuto essere fiero di questa sintonia, un piccolo privilegio insomma.
A ben pensarci la modernità però l’avrebbe aiutato. Avrebbe trovato qualche foto di Michela sui social e l’avrebbe contemplata come si contempla una reliquia prossima alla santità. Anzi, a dir la verità, una volta l’aveva già cercata sui social.
Era stato facile. Su Instagram bastava digitare Michela Rossetti e appariva il suo profilo.
Per Dante non era sicuramente così facile s’era detto prima della lezione di inglese quel diabolico giovedì.
Forse ne avrebbe parlato anche ai suoi genitori di quella ragazza arrivata all’inizio dell’anno.
No, forse no. Meglio tenerle per sé certe cose.
Il nome sì, poteva pronunciarlo.
«Michela» aveva detto a bassa voce.
Da settimane era un mantra.
Aveva convenuto che era anche un bel nome.
Nel pronunciarlo quel suono conferiva ancor più grazia a quella ragazza.
Quella mattina Paolo, lo storico compagno di classe, gli aveva detto che somigliava alla Venere del Botticelli.
Lui non sapeva bene chi fosse quel Botticelli, ma s’era preso la briga di cercarla su Google.
Però il nome gli era familiare.
Forse l’aveva sentito da suo padre a tavola o in qualche documentario serale.
Pochi click ed eccola.
Uno splendore aveva trafitto il suo telefonino nuovo di zecca.
«Ah, sì» s’era detto a mezza voce.
Sì, somigliava a Michela, Paolo aveva ragione.
Paolo aveva sempre ragione.
Forse proprio per quello era un suo amico da sempre.
«Dovresti provare a uscire con lei» gli aveva suggerito un martedì mattina dopo la lezione di motoria.
«Cosa aspetti a dirglielo che ti piace?» aveva concluso sorridendo.
«Ma figurati se quella esce con me» s’era preso la briga di rispondere.
«La sua classe è la seconda C, è proprio qui al piano superiore» aveva aggiunto Paolo con il dito indice rivolto verso l’alto.
«Sublimerò anche questo caro mio, non ti preoccupare» aveva decretato quel ragazzo timido con un gran sorriso.
***
«Quindi D’Annunzio ribattezzò il suo MAS, che vi ricordo era l’acronimo di Motoscafo Anti Sommergibile, in un più audace e cavalleresco Memento Audere Semper, tradotto dal latino vuol dire ricordati di osare sempre. Questo è quello che dovremmo fare noi un pochino più spesso nella vita. Osare, osare, osare ancora. Passioni, sogni, amori, desideri sono il nostro unico e vero motore e devono essere vissuti fino in fondo» aveva detto il professor De Vecchi di italiano alle prime due ore.
Forse l’aveva detto proprio rivolto a lui.
Anzi, sicuramente era rivolto a lui.
Non c’erano dubbi su questo.
Sì, l’aveva anche guardato con una certa insistenza a quelle parole.
Il professor De Vecchi quella mattina s’era preso la briga di mandargli un messaggio non chiaro, ma chiarissimo proprio durante la lezione di italiano.
No, forse D’Annunzio glielo aveva mandato. Lui di donne se ne intendeva parecchio.
«Sì, osare e osare ancora» aveva detto con voce strozzata mentre seguiva il movimentodell’insegnante nell’aula.
Non c’erano proprio scuse a quell’appello.
Adesso tutto era chiaro.
La sorpresa, la sublimazione e l’audacia. C’era tutto. Tutto era chiaro come una mappa appena tracciata. Tutti gli ingredienti erano al loro posto. Mancava forse il coraggio, ma quello sarebbe arrivato in qualche modo.
Il coraggio si fa sempre trovare al posto giusto per gli audaci.
Il cuore batteva forte, forse troppo.
Per un momento anche la gola aveva reclamato la sua secchezza.
Un piccolo stato d’ansia s’era diffuso nelle budella.
Aveva alzato la mano destra e aveva chiesto di andare in bagno.
«Urgentemente» s’era permesso di aggiungere all’indirizzo di quel geniale insegnante,
Le scale le aveva fatte di corsa. Camminare non rispettava quel moto che gli ronzava in pancia.
«Memento Audere Semper» s’era detto salendo quei gradini. Anche alla seconda rampa aveva sbuffato qualcosa di simile.
«Osare sempre e comunque, provarci» s’era ripetuto sul pianerottolo. No, non era arrivato al bagno, quello no, era al piano di sotto quasi di fronte alla sua classe. Poi, in fondo, non doveva andare davvero in bagno. Era un altro il bisogno che aveva. Ben più grande direi.
Era quello di provare ad osare.
Dalla teoria alla pratica.
Colpo secco di fioretto. Ecco tutto.
«No caro Dante, non puoi solo aspettare e sublimare, bisogna agire ogni tanto e questa volta tocca a me farlo» aveva detto. Anche il petto s’era gonfiato sotto quella camicia forse un po’ troppo stretta. Per un momento s’era sentito invincibile, padrone di quel corpo. Gli pareva un gesto audace quello che stava per fare, forse lo era, anche troppo. Due colpi secchi alla porta della seconda C avevano decretato il suo ingresso poco dopo. C’era stato un attimo di silenzio. Due passi e tanti sguardi addosso.
Aveva preso un gran respiro e chiuso gl’occhi come fosse uno sforzo estremo.
«Michela, non so se sei la Venere del Botticelli oppure la Beatrice di Dante tanto sublimata, ma credo che io non riesca più a stare senza di te! Credo di essermi innamorato dal primo giorno che t’ho visto» aveva detto a gran voce. Discorso netto.Zero indugi.
Sì, era una dichiarazione a tutti gli effetti. E che dichiarazione! Forse era una mezza proposta di fidanzamento.
Non sapeva come fosse una dichiarazione, ma aveva tutta l’aria di esserlo.
Lei s’era fatta rossa per l’imbarazzo. Per un attimo aveva tremato. Un colpo di calore le era partito dal collo per attraversarla tutta. Un paio di spasmi l’avevano vista protagonista a quelle parole. Per un frangente s’era sentita una regina. Una sensazione nuova l’aveva fatta vivere come unica e speciale, speciale per qualcuno. A quella dichiarazione audace aveva anche sgranato quegl’occhi azzurri che tanto amava.
La classe, dopo un breve silenzio, aveva applaudito. Anche un paio di fischi avevano reso la cosa più suggestiva. S’era guardato intorno e aveva riaperto gli occhi. Aveva capito che la sorpresa era riuscita.
Bene anche.
Il coraggio s’era fatto trovare al posto giusto.
L’audacia aveva pagato.
Il professor Toninelli s’era tolto gli occhiali e li aveva appoggiati alla cattedra.
Aveva quasi sorriso a quelle parole.
L’aveva presa bene tutto sommato quell’intrusione mattutina.
«Amore adolescenziale» aveva detto a mezza voce guardandolo in faccia. Aveva anche scosso il capo in segno di assenso.
«Mi fa piacere caro mio che la sua vena sentimentale e letteraria l’abbia raggiunta durante le mie ore, ma stiamo facendo matematica. Adesso vada in classe prima che le metto una nota» aveva aggiunto ridendo.
Quell’uomo di mezza età s’era inforcato nuovamente gli occhiali e aveva iniziato a scrutare il sorriso di Michela.
Sorrideva.
Adesso era venuto il momento di tornare in classe.
Sì, non c’era dubbio su questo.