1. Perché ancora oggi, nella nostra «modernità liquida», è importante leggere i classici?
Per me i classici sono punti di riferimento culturali. Se ciascuno di noi ha letto mille libri, ma si tratta di libri tutti diversi, il dialogo diventa impossibile, perché manca un terreno comune, non abbiamo un oggetto condiviso di cui parlare. I classici ci forniscono questo terreno comune: le grandi narrazioni del passato (la guerra di Troia, il ritorno di Ulisse, la morte di Orlando, la follia di don Chisciotte, il patto col diavolo di Faust...) costituiscono il fondamento su cui una tradizione può sperare di continuare a vivere, elaborando il nuovo “a partire da”.
So bene che il concetto di tradizione viene spesso confuso con quello di tradizionalismo, che però, in verità, è il suo contrario: non si tratta di adorare le ceneri, ma di tenere acceso il fuoco. Il cosiddetto “canone”, cioè l’insieme dei testi che una certa società in una certa epoca definisce classici, è in continua trasformazione, perché ogni generazione, se la cultura di quella società è viva, deve rimetterlo in discussione, cambiarlo, dimenticarne una parte, rivalutarne altre in precedenza trascurate, aggiungere nuovi classici e così via. La storia ci insegna che neanche i giudizi apparentemente più indiscutibili sono tali: valgano per tutti gli esempi di Dante e Petrarca, le cui fortune hanno subito un vero e proprio capovolgimento tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, con l’avvento della sensibilità romantica – Dante, fino a quel momento giudicato troppo irregolare, “medievale” e rozzo, ha sbaragliato il povero Petrarca, che da quasi quattrocento anni costituiva il modello universale di perfezione poetica.
Lungi da me quindi l’idea che i classici siano un fondamento identitario, un patrimonio da custodire contro chissà quale minacciosa barbarie, o contro una “liquidità” che ci priva delle antiche certezze. Io penso al contrario che i classici si debbano rileggere per metterli alla prova, per verificare se hanno ancora qualcosa da dirci, e cosa.
2. Perché oggi, questi classici, vengono nuovamente tradotti pur essendoci già delle traduzioni in italiano?
Tradurre è un’attività complessa, che chiama in causa la categoria di interpretazione. Immaginiamo il classico (un testo di Shakespeare o di Rabelais o di Tolstoj) come uno spartito musicale: nessuno si stupisce che le sinfonie di Beethoven o le ballate di Chopin, meravigliosamente interpretate in passato da Karajan o da Pollini, siano oggetto di nuove esecuzioni e di nuove incisioni. Perché la sensibilità cambia, la tecnica esecutiva si perfeziona, il gusto delle nuove generazioni non può essere quello di trenta o sessant’anni fa. Possiamo apprezzare l’importanza storica di un Toscanini o di un Horowitz, ma non possiamo più eseguire quegli spartiti come facevano loro. Allo stesso modo le traduzioni, in quanto interpretazioni del testo originale, devono cambiare. Pensiamo a come veniva tradotto Omero all’inizio dell’Ottocento, da Monti o da Pindemonte o da Leopardi o da Foscolo. Oggi leggiamo quelle traduzioni, pur bellissime, come espressione di un’epoca storica ormai lontana, e nessuno pensa che “quello” sia Omero, nessuno consiglierebbe Pindemonte a un ragazzo che volesse leggere l’Odissea.
Naturalmente sui tempi lunghi si percepisce meglio anche il progresso delle conoscenze su cui qualunque interpretazione deve fondarsi: gli studi su Omero hanno fatto progressi, noi sappiamo cose che duecento anni fa erano ignote. Ma proprio l’esempio di Omero in epoca neoclassica, oggetto di molte traduzioni concorrenti, ci dimostra che ogni testo permette interpretazioni diverse anche nello stesso momento storico-culturale, perché ogni traduttore-interprete, oltre alla propria epoca, mette nel testo che produce molto di sé, della sua personalità e della sua sensibilità individuale.
3. Come si diventa traduttori di testi?
Non credo che esista una regola, anzi se penso ai miei colleghi vedo che ciascuno di noi ha una storia diversa, spesso molto irregolare e imprevedibile. Nel mio caso, credo che abbia avuto molta importanza la formazione musicale che ho ricevuto al Conservatorio. Spesso si sottovaluta il fatto che le lingue sono una musica, prima che una grammatica, un’onda di suoni, prima che un insieme di definizioni. E un’altra idea molto diffusa, ma che nella mia esperienza non è risultata del tutto vera, è che per poter tradurre ci si debba immergere nella lingua di partenza – io credo che si debba invece leggere molto nella lingua di arrivo. È ovvio che si debba conoscere bene l’inglese o il francese o lo spagnolo, ma bisogna conoscere ancora meglio l’italiano, per poter riprodurre le sfumature, le invenzioni, anche le irregolarità e le bizze che spesso si trovano nelle pagine degli scrittori, e soprattutto dei poeti. Il cosiddetto “traduttese”, cioè il linguaggio artificiale, legnoso, che rivela in trasparenza la lingua di partenza e che spesso rende faticose certe traduzioni, non è la conseguenza di una scarsa conoscenza della lingua di partenza, ma di uno scarso orecchio per quella di arrivo. Io ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di Calvino, Bassani, Primo Levi, Elsa Morante, cioè dei più grandi scrittori che hanno usato la lingua italiana nel secondo Novecento.
4. Quale consiglio ti senti di dare ai giovani che decidono di intraprendere questa strada?
Il primo consiglio è di pensarci bene, perché si guadagna poco, anzi purtroppo si guadagna sempre meno. E le prospettive, visto l’entusiasmo che suscita la cosiddetta intelligenza artificiale, non sono affatto rosee. Ma se proprio decidono di voler fare i traduttori, due consigli credo che possano risultare utili. Il primo è di non limitarsi a praticare una sola lingua, perché conoscerne e usarne più di una è, prima ancora che un arricchimento, un antidoto al vizio che dicevo prima, quello di schiacciare il proprio modo di scrivere sulla lingua di partenza, sui suoi modi di dire, sui suoi ritmi ecc. Il secondo è di frequentare sempre la poesia, per conto proprio se l’editoria non la richiede, perché la poesia costringe a lavorare sulla lingua prestando attenzione ai suoni, ai ritmi, ai giri di frase, tutte cose che si rischia di trascurare quando si traduce prosa, soprattutto se (come spesso capita all’inizio) non è la prosa di grandi autori.
5. Entriamo di più nella tua sfera personale. Quale è il tuo rapporto con la lettura? Quanto leggi? E la tua biblioteca di cosa è fornita?
In parte ho già risposto. Diciamo che, in quanto lettore, più che un onnivoro mi considero un limivoro, uno di quegli animaletti che filtrano la fanghiglia sui fondali marini per ricavarne sostanze nutritive. Non vorrei che qualcuno si scandalizzasse per la similitudine poco poetica – sono in ottima compagnia, alcuni dei più grandi intellettuali del Novecento, come Mario Praz o Francesco Orlando, hanno dedicato la vita a cose apparentemente minori o minime, meglio se brutte o repellenti, ricavandone saggi meravigliosi. Quindi nella mia biblioteca si trovano gli ultimi premi Nobel e i fumetti da edicola, alcune centinaia di volumi di poesia di cui vado piuttosto fiero e una sezione di saggistica divulgativa, soprattutto scientifica e filosofica, di cui mi sono giovato più volte nel lavoro di traduzione, ma che soprattutto mi aiuta a non chiudermi nello specialismo, uno dei grandi mali della nostra epoca e forse di tutte le epoche.
Naturalmente leggo molto, rispetto alla media delle persone, perché leggere fa parte del mio lavoro. Ho l’impagabile fortuna di fare un lavoro che mi piace, per cui non farei una grande distinzione tra le letture “obbligate”, che devo fare per la mia attività, di solito con poco tempo a disposizione, e le letture che faccio per piacere, nel cosiddetto “tempo libero” (a me pare che questa espressione sia ingannevole, o ipocrita, ma non è di questo che stiamo parlando ora). E mi è capitato spesso, nel corso della mia vita professionale, che letture fatte per piacere si siano rivelate utili per il lavoro. Per esempio, negli ultimi anni ho acquistato molti libri di poeti spagnoli, da Gòngora a Jimenez, solo perché li trovavo su una bancarella a poco prezzo, o perché un amico me ne parlava casualmente a cena... e a un certo punto tutti questi frammenti, queste letture casuali, che sembravano dispersive e inutili, si sono coagulate quasi da sole nel progetto di un libro su Garcìa Lorca a cui sto lavorando in questo periodo. La vita è piena di queste correnti carsiche, che spuntano in superficie quando meno te lo aspetti, dopo averti scavato dentro per anni, a tua insaputa...
6. Qual è il tuo romanzo del cuore?
Non c’è un romanzo del cuore, ce ne sono molti, e cambiano a seconda delle epoche della mia vita. Le classifiche, come i canoni, devono essere elastiche, mutevoli, altrimenti diventano delle gabbie. Comunque, l’Ottocento rimane il secolo decisivo per il romanzo, e quindi Tolstoj e Dostoevskij, Manzoni, Austen, Flaubert. E Melville! Moby Dick è un’opera piena di difetti, che non mi stanca mai. Nel Novecento, medaglia d’oro a parimerito – no, non a Joyce e a Proust, mi dispiace, ma a Virginia Woolf (tutto), Elsa Morante (L’isola di Arturo e La Storia) e Marguerite Yourcenar (Memorie di Adriano). Poi, tra gli italiani, Svevo, Pirandello (soprattutto per le novelle), Primo Levi (La chiave a stella è un grande capolavoro), Gli indifferenti di Moravia (un altro capolavoro ahimè dimenticato), e Gadda, di cui almeno una volta all’anno ho un vero e proprio bisogno fisico... Così siamo tornati ai classici da cui avevamo preso le mosse. Dei viventi non voglio parlare, perché lo scrittore, non ricordo chi lo diceva, è come il maiale, si pesa dopo morto.