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La polovere dell'abisso

La polovere dell'abisso

Federico Davide Rota 23 maggio 2025
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#racconti

Disclaimer: fatti e personaggi di seguito descritti sono frutto di invenzione, i riferimenti a comportamenti controversi sono a puro scopo di espressione artistica e non vogliono in alcun modo incitare a prendere esempio.

Un pomeriggio io e quei due sballati di Carlo e Fabrizio ce la stavamo chillando nel disordinato appartamento della ragazza di Carlo, che in quel momento si trovava al lavoro. ''Trovatevi un occupazione'' diceva sempre lei ogni volta che tornava a casa e ci coglieva nell'atto di stare spaparanzati davanti alla televisione. Beh ad essere sinceri io un lavoro ce l'avevo, un part time a pochi spicci in un negozietto dell'usato. Carlo e Fabrizio invece smerciavano roba di ogni genere. Così si guadagnavano da vivere. Sentimmo suonare alla porta, Fabrizio si alterò perché la televisione era sintonizzata sui Griffin e, nonostante avesse visto tutte le puntate, era severamente vietato disturbarlo durante la visione. Andai ad aprire e mi trovai di fronte Giovanni, tutto smunto come suo solito ma dal colorito più vitale e non più tendente al bianco latte. Giovanni era il nostro idolo perché aveva provato qualunque tipo di sostanza esistente. Quando entrò persino Fabrizio cambiò immediatamente atteggiamento, spense la televisione e gli fece spazio sul divano spintonando Carlo fino alla poltrona. ''Allora, come è andata in Perù?'' disse Carlo, Giovanni raccontò qualche fatto, con poco entusiasmo, tanto sapeva benissimo cosa volevamo. ''Bando alle ciance'' disse e aprì il suo zaino da cui estrasse un fazzoletto ripiegato. Lo aprì e ci trovammo di fronte ad una polverina dal colore rosato. Tutti e tre rimanemmo assorti in adorazione, manco fossimo di fronte al Sacro Graal, manco avessimo appena estratto la spada dalla roccia. Onestamente non ricordo cosa successe dopo, l'ultimo ricordo era  quel mucchietto rosa quarzo collocato nel fazzoletto.

Ricordo poi di essermi svegliato, ero ancora nel solito appartamento, di fronte al divano e alla poltrona dove Fabrizio, Giovanni e Carlo erano stravaccati in uno stato di catalessi. La cosa che mi spaventò fu notare che tra loro c'ero anche io, o per meglio dire c'era il mio corpo. Guardai in basso e mi parve tutto normale, vedevo la mia maglia bianca, i jeans, le converse nere, le braccia e le mani. Ero in piedi in soggiorno, eppure ero anche sul divano. Il me incosciente giaceva con gli occhi spalancati. Mi avvicinai e toccai il suo volto, era freddo. ''Ma sono morto'' balbettai ''Eppure sono anche vivo'' ''Non la dovevo provare quella merda''. In preda all'angoscia corsi davanti ad uno specchio e non vidi alcun riflesso ''No, non è possibile'' esclamai toccandomi il volto bagnato di sudore. Diedi un pugno allo specchio frantumandolo in mille pezzi. Osservai le mie nocche bagnate dal sangue. Mi guardai la mano notando che cominciava a distorcersi, diventando alternativamente più grande e più piccola e il sangue assunse diverse colorazioni tra il verde e il bluastro. Dopo di che un altro buco mentale. Mi trovai nel buio più totale. Rivissi la mia nascita con la coscienza di un adulto. Mi vidi osservare una luce e poi sgusciare fuori. Gli occhi dei medici che mi fissavano in attesa che piangessi. Sentii che piangevo, ma era un pianto di commozione per il miracolo della vita che avevo appena vissuto in una maniera così intensa. Sentii la vita che soffiava dentro di me come aria fresca e fui davvero grato di essere al mondo. Dopo di che smisi di esistere come individuo. Da quel momento esisteva solo un insieme coeso e una grande coscienza collettiva. Questa sensazione di comunione del tutto mi diede inizialmente una grande euforia e una sensazione di forte connessione e intimità con ogni cosa. Successivamente provai terrore in quanto non c'era più un IO, la mia individualità era totalmente in frantumi. Tante domande esistenziali affollavano la mia testa. Poi sembrai riacquisire la concezione del mio Ego. Fui catapultato in una specie di paradiso, per lo meno così me lo immagino. Un'intensa luce bianca colpiva i miei occhi. E poi c'era mia madre, morta qualche anno fa. Mi parlava ma non riuscivo a sentire niente, iniziai a provare una forte angoscia. La chiamavo urlando ma la voce non usciva. Non riuscivo a raggiungerla, a toccarla.

Poi sentii nel vuoto un rumore costante. Un po' come quando nel dormiveglia senti il suono della sveglia che inizialmente si fonde con il sogno che stai facendo. Aprii gli occhi ed ero in una stanza di ospedale. Notai che avevo delle fasciature ad entrambe le braccia. Entrò una giovane e timida infermiera. Le chiesi ''questa è la realtà?'' e lei risposte sorridendo ''anche se ti dicessi di sì non mi crederesti'' e io con spavalderia ''se è un mio viaggio mentale, devo approfittarne per invitarti a bere qualcosa, prima che finisca questa fase del trip''. Lei arrossì e disse ''Hai visite''. In quel momento entrarono Carlo e Fabrizio. Entrambi volevano entrare per primi e furono sul punto di incastrarsi nella porta, uno a destra e uno a sinistra. Dopo essersi spintonati mi raggiunsero di fianco al letto. Fabrizio disse ''Frà dovevi vederti, eri una furia, non riuscivamo a tenerti fermo, sferravi pugni agli oggetti'' e Carlo ''Abbiamo dovuto chiedere un TSO, gli infermieri che sono arrivati erano degli armadi eppure hanno faticato a portarti via''. Entrambi erano molto entusiasti, quasi come se fossi un nuovo eroe e avessi soppiantato il buon Giovanni, probabilmente quella reazione avversa alla sostanza valeva di più dei mille test di Giovanni. Mi affrettai a dire ''Comunque non c'è niente di figo, ho provato sensazioni che mi segneranno a vita, mi sono fatto del male fisico, insomma non ne è valsa la pena''. I miei amici si fecero seri. Per smorzare la tensione dissi ''Oh ma avete visto che carina l'infermiera, pensa che le ho chiesto di uscire''. ''E lei che ha detto?'' chiese subito Carlo.

La giovane infermiera rise sentendo gli schiamazzi dei tre ragazzi nella stanza. Proseguì il suo canonico giro delle stanze. Intanto un fascio di luce trapassava i vetri e illuminava parte del corridoio cupo.